Blue Origin punta sui data center in orbita: 51.600 satelliti per sfidare SpaceX nella corsa all’IA

La Voix De FranceItalianoBlue Origin punta sui data center in orbita: 51.600 satelliti per sfidare...

Date:

Derniers Articles

Comment Ask AI transforme la réservation de vols et hôtels sur Kayak ?

Kayak ajoute une brique d'intelligence artificielle à son moteur,...

NewsGuard épingle Mistral pour propagation d’infox russes et chinoises

Le chatbot Le Chat de la start-up française Mistral...

Gazole plus cher, kérosène en pénurie : l’impact sur les départs en vacances

Le mot pénurie revient dans les conversations dès qu'on...

Paris sportifs en France : la face cachée d’un marché à plusieurs milliards

L’univers des paris sportifs en France fascine autant qu’il...

Portare i data center nello spazio, non come esperimento ma come infrastruttura industriale. Blue Origin, l’azienda spaziale fondata da Jeff Bezos, alza l’asticella e chiede il via libera per una mega-costellazione di satelliti capaci di fare calcolo direttamente in orbita.

Il progetto si chiama Project Sunrise e, nei numeri, fa impressione: 51.600 satelliti. L’idea è spostare una parte della potenza di calcolo richiesta dall’intelligenza artificiale “sopra le nostre teste”, alleggerendo la pressione su reti elettriche, consumo d’acqua e territori, oggi sempre più al limite anche in Europa e in Italia.

Non è solo una provocazione tecnologica: è una mossa per entrare in una partita già affollata, dove SpaceX corre da anni e dove anche i big del cloud guardano allo spazio come alla prossima frontiera del compute.

La richiesta alla FCC: il passaggio che trasforma l’idea in dossier

Blue Origin ha presentato la documentazione alla FCC, la Federal Communications Commission: l’autorità statunitense che regola, tra le altre cose, l’uso delle frequenze radio e autorizza le grandi costellazioni satellitari. È un passaggio formale e pesante, perché non si tratta di una slide da conferenza ma di un iter che, se approvato, apre la strada a test, contratti e produzione.

Nel dossier Project Sunrise viene descritto come una piattaforma di calcolo distribuito in orbita, con comunicazioni in banda Ka per telemetria e tracciamento. Blue Origin, non entra nel dettaglio della potenza di calcolo che ogni satellite potrebbe offrire né di una tabella di marcia operativa completa.

Orbita “sun-synchronous” tra 500 e 1.800 km: energia solare quasi continua

I satelliti sarebbero collocati su orbite circolari “sun-synchronous” (sincrone col Sole), tra 500 e 1.800 chilometri di quota. In pratica, un’orbita scelta per massimizzare l’esposizione alla luce solare e rendere più stabile l’alimentazione tramite pannelli.

Il messaggio è chiaro: se il collo di bottiglia a terra è l’energia (e il raffreddamento), in orbita si prova a cambiare le regole del gioco. Un ragionamento che parla anche all’Italia, dove nuovi data center e ampliamenti si scontrano spesso con vincoli di allaccio alla rete, consumo idrico e opposizioni locali.

TeraWave: la “spina dorsale” di rete con altri 5.408 satelliti

Sunrise non viaggia da solo. Blue Origin lo collega a TeraWave, una seconda costellazione annunciata da 5.408 satelliti, pensata per offrire connettività ad altissima capacità tra satelliti, stazioni a terra e clienti.

Nei materiali citati dall’azienda, un ruolo centrale lo avrebbero i collegamenti ottici (laser) tra satelliti: una scelta quasi obbligata se si vuole spostare grandi volumi di dati e far girare carichi di lavoro legati all’IA senza dipendere soltanto dai link radio tradizionali.

Il posizionamento commerciale è ampio: grandi aziende, pubbliche amministrazioni e clienti governativi. Ma c’è anche un rischio di dipendenza interna: se Sunrise ha bisogno di TeraWave per funzionare “a sistema”, ritardi o limiti su una costellazione possono trascinarsi dietro l’altra.

New Glenn, la leva industriale: senza lanci a ritmo serrato il piano non sta in piedi

Per mettere in orbita decine di migliaia di satelliti serve una macchina da lancio che lavori come una catena di montaggio. Blue Origin punta su New Glenn, il razzo pesante dedicato a John Glenn, con un primo stadio riutilizzabile progettato per almeno 25 voli.

Qui il confronto con SpaceX è inevitabile: l’integrazione verticale, controllare i lanci per sostenere un business di servizi in orbita, è uno dei segreti del successo di Starlink. Blue Origin prova a replicare quel modello, trasformando il lanciatore in un vantaggio competitivo, non in un semplice “camion spaziale”.

Ma la spinta del razzo non basta: servono produzione, integrazione, test, operazioni e una logistica industriale senza intoppi. E al momento, per Sunrise, manca un calendario pubblico dettagliato di dispiegamento.

Una corsa già lanciata: SpaceX, Starcloud e persino Google

Blue Origin entra in un’arena dove le cifre sono già fuori scala. SpaceX avrebbe depositato un piano che parla di un data center orbitale supportato da “fino a” 1 milione di satelliti: numeri che rendono i 51.600 di Sunrise quasi “moderati”, pur restando giganteschi.

Tra gli altri nomi citati c’è Starcloud, startup dell’area di Seattle, con ipotesi che arrivano a decine di migliaia di satelliti. E sul fronte big tech, viene menzionato Google con un concept chiamato Project Suncatcher, con dimostratori previsti tramite un partner (Planet Labs, secondo le informazioni circolate).

Il punto è che non è più fantascienza: spazio, cloud e semiconduttori stanno iniziando a parlarsi sul serio. Ma più aumentano le costellazioni, più crescono anche i problemi: orbite basse congestionate, coordinamento delle frequenze sempre più complesso, e un tema politico inevitabile sulla sostenibilità di lungo periodo (detriti, collisioni, gestione del traffico spaziale).

Il vero argomento: energia e raffreddamento, i nodi che bloccano i data center a terra

La narrativa di Blue Origin ruota attorno a un dato concreto: i data center consumano energia e, spesso, acqua per il raffreddamento. Con l’IA che spinge le densità di potenza, i progetti a terra incontrano limiti fisici e sociali: capacità della rete, disponibilità di suolo, autorizzazioni, accettabilità.

In orbita, sostiene l’azienda, l’alimentazione solare “quasi continua” e l’assenza di vincoli di rete e di territorio potrebbero ridurre il costo marginale del calcolo e liberare risorse terrestri per usi non replicabili nello spazio.

Bezos, intervenendo a una conferenza tech in Italia, ha definito i data center orbitali come il “next step” della transizione industriale verso lo spazio, spingendosi a dire che “nelle prossime decadi” potrebbero battere i costi dei data center terrestri. Un orizzonte lungo, che suona più come una scommessa industriale che come un business pronto domani.

Resta il nodo delle domande pratiche: quali carichi di lavoro conviene davvero portare in orbita? Con quali latenze accettabili? Come si inviano i dati e come si riportano i risultati a terra? Finché questi dettagli restano sullo sfondo, Sunrise è una tesi potente sui limiti del mondo fisico, ma una dimostrazione ancora tutta da costruire.

Punti chiave

  • Blue Origin chiede l’autorizzazione a lanciare 51.600 satelliti di calcolo con il Project Sunrise.
  • Il progetto si basa su TeraWave, una costellazione di 5.408 satelliti, e su collegamenti ottici.
  • New Glenn, riutilizzabile e progettato per almeno 25 voli, è centrale per la cadenza di dispiegamento.
  • La concorrenza include SpaceX, Starcloud e Google, con progetti annunciati su scale molto elevate.
  • L’argomento principale mira ad aggirare i vincoli terrestri di energia, acqua e raffreddamento.

Domande frequenti

Che cos’è Project Sunrise di Blue Origin?

Project Sunrise è un progetto di Blue Origin volto a dispiegare una piattaforma di calcolo in orbita, sotto forma di una costellazione che può arrivare fino a 51.600 satelliti. L’obiettivo dichiarato è eseguire carichi di calcolo, in particolare legati all’IA, riducendo la dipendenza da vincoli terrestri come l’elettricità della rete e il raffreddamento ad alto consumo d’acqua.

Perché Blue Origin parla di orbite “sun-synchronous” tra 500 e 1.800 km?

Blue Origin indica che le orbite sun-synchronous consentono un accesso continuo all’energia solare, a supporto della sua tesi di un’alimentazione più stabile per satelliti che svolgono calcolo. Le altitudini citate, da 500 a 1.800 chilometri, rientrano in una logica di costellazione a più strati, pur restando in regimi orbitali comuni per reti di satelliti.

Qual è il ruolo di TeraWave in questa strategia?

TeraWave è una costellazione distinta di 5.408 satelliti, presentata come una rete di connettività ultra-rapida. Blue Origin spiega che TeraWave deve fornire collegamenti, inclusi quelli ottici, per connettere i satelliti di Project Sunrise e facilitare gli scambi di dati con stazioni a terra e clienti, aziende o enti pubblici.

In che modo New Glenn può cambiare le carte in tavola per Blue Origin?

Blue Origin presenta New Glenn come un lanciatore ad alta capacità, con un primo stadio riutilizzabile progettato per almeno 25 voli. Per una costellazione di decine di migliaia di satelliti, la cadenza e il costo dei lanci diventano determinanti. Se New Glenn vola e viene riutilizzato regolarmente, Blue Origin può ridurre la dipendenza da fornitori esterni e accelerare il dispiegamento.

Chi sono i principali concorrenti nei data center orbitali?

SpaceX è citata con un’ambizione depositata che potrebbe arrivare fino a un milione di satelliti per un data center orbitale distribuito. Starcloud è menzionata con piani su larga scala, e Google lavora su un concetto chiamato Project Suncatcher con dimostratori annunciati tramite un partner. Nel complesso, si delinea una competizione tra attori del settore spaziale e della tecnologia attorno al calcolo in orbita.

4.9/5 - (47 votes)

En Vedette