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Export armi, l’Europarlamento spinge per dare a Bruxelles le licenze: per Parigi è una sfida alla sovranità

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Un emendamento inserito dal Parlamento europeo in un rapporto pubblicato il 22 dicembre 2025 riapre un fronte delicatissimo tra Bruxelles e Parigi: se venisse adottato, trasferirebbe alla Commissione europea il potere di concedere o negare le licenze di esportazione di armamenti degli Stati membri.

Per la Francia, secondo esportatore mondiale di armi negli ultimi cinque anni, non è una questione di procedure. È la possibilità di decidere in autonomia a chi vendere Rafale, missili e sottomarini, e a quali condizioni.

La formulazione dell’emendamento è esplicita. «La situazione in materia di sicurezza esige di stabilire in modo coerente procedure di approvazione e di certificazione regolamentate a livello dell’Unione europea per i nuovi impianti di produzione e le licenze di esportazione per i prodotti di difesa», si legge nel rapporto sulla modifica delle direttive che disciplinano i trasferimenti intra-UE di prodotti legati alla difesa. In questo scenario, la Commissione diventerebbe l’arbitro dei contratti firmati da gruppi come Dassault, MBDA o Naval Group con clienti stranieri.

Un ritorno “dalla finestra” dopo il primo stop del 2025

Non è il primo tentativo. Nel settembre 2025 era stata la stessa Commissione europea a inserire nel suo “pacchetto omnibus difesa” disposizioni che, secondo il gruppo Mars, miravano a «accaparrarsi progressivamente le prerogative sovrane degli Stati in materia di controllo delle esportazioni». Parigi aveva bloccato l’iniziativa: l’opposizione francese era bastata, in quella fase, a far accantonare la misura.

Ora il Parlamento europeo ha rimesso mano al dossier. La strategia, descritta da analisti come quella del “tortillard e del salame”, procede per piccoli passi: un emendamento tecnico qui, un atto delegato là, fino a costruire di fatto i poteri per definire quali materiali siano “sensibili”, quali licenze concedere o rifiutare e in quali casi prevedere esenzioni.

È proprio il meccanismo degli atti delegati a preoccupare diversi specialisti francesi. Attraverso questo canale, la Commissione potrebbe fissare regole senza un voto sistematico del Consiglio, aggirando così il veto che Parigi era riuscita a opporre nel 2025. Il governo Lecornu, assorbito da negoziati di bilancio ripetuti, non ha ancora risposto pubblicamente a questa nuova offensiva.

Due rischi opposti per l’industria della difesa francese

Le conseguenze potenziali sono doppie e, per certi versi, contraddittorie. Da un lato Bruxelles potrebbe autorizzare esportazioni che Parigi avrebbe respinto per ragioni diplomatiche, strategiche o operative. Dall’altro potrebbe bloccare contratti considerati essenziali per l’equilibrio economico di alcuni programmi.

Un rifiuto di esportazione del Rafale verso un determinato cliente, deciso a Bruxelles e non a Parigi, metterebbe in discussione i piani industriali di Dassault Aviation e, a cascata, quelli di centinaia di subfornitori.

L’ex alto funzionario della Commissione europea Bruno Alomar, in una tribuna pubblicata da Le Figaro nel gennaio 2026, ha sintetizzato la posta in gioco senza giri di parole: la misura darebbe «l’immagine di una Francia abbassata in un’Europa che affonda». Alomar richiama l’articolo 346 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), che esclude esplicitamente dal mercato unico gli equipaggiamenti giudicati indispensabili alla sicurezza nazionale di uno Stato. Secondo lui, la Commissione punta a restringere progressivamente il campo di applicazione di questo articolo per ricondurre gli armamenti nella logica ordinaria del mercato unico.

“Coordinamento europeo” o guerra economica tra aziende

Dietro l’argomento della coerenza in materia di sicurezza, diversi analisti intravedono altro. «È manifesto che queste disposizioni alimenteranno una guerra economica tra imprese europee del settore della difesa. Tutto ciò fragilizzerà o escluderà concorrenti europei, con la complicità più o meno affermata di imprese di Paesi terzi o di Stati stranieri che consolideranno i loro interessi», avvertono osservatori citati da La Tribune.

La Francia, su questo dossier, parte da una posizione strutturalmente scomoda. Secondo esportatore mondiale di armamenti, lontana dagli Stati Uniti, è un bersaglio naturale per concorrenti che puntano a riequilibrare i mercati a proprio vantaggio passando da una regolazione comune. Per diversi Stati membri meno esposti a queste dinamiche, trasferire a Bruxelles l’onere del controllo export significherebbe anche un alleggerimento amministrativo. Per Parigi, invece, è una linea rossa.

Exportations d’armements : position de la France
Indicateur Valeur
Rang mondial (cinq dernières années) 2e exportateur mondial d’armements
Principal exportateur devant la France États-Unis

Source : La Tribune

L’articolo 346 del TFUE, l’ultimo “lucchetto” giuridico

Il diritto europeo, almeno in teoria, offre una protezione. L’articolo 346 del TFUE consente a ciascuno Stato di sottrarre al mercato unico gli equipaggiamenti che considera indispensabili per la propria sicurezza. È su questa base che la Francia ha sempre giustificato un controllo export autonomo.

Ma, secondo l’analisi riportata, la Commissione starebbe erodendo questo perimetro integrando progressivamente i “prodotti di difesa” nella logica del mercato unico, sostenendo che alcuni materiali meno sensibili sono già soggetti a una concorrenza relativamente libera.

Un precedente esiste già e, per Parigi, è scomodo: la direttiva del 2003 sulla riduzione dell’orario di lavoro si applica alle forze armate francesi, «contro ogni ragione giuridica», osserva Bruno Alomar. Un caso che, nella sua lettura, dimostra come l’UE non esiti a entrare in prerogative che la Francia considera intangibili quando dispone di un appiglio legale per farlo.

Che cosa deve decidere Parigi

L’emendamento non è ancora adottato. Il Parlamento europeo deve esaminarlo e la Francia dispone ancora di margini per incidere sul testo finale. Ma il calendario, secondo l’articolo, gioca contro Parigi: il governo è impantanato nei suoi arbitrati di bilancio e ogni settimana persa senza una risposta politica netta lascia spazio ai gruppi parlamentari favorevoli al trasferimento di competenze.

Per l’industria francese della difesa, l’esito del braccio di ferro determinerà direttamente la capacità di chiudere contratti export senza passare da un filtro brussellese di cui non controlla né i tempi né i criteri. In un mercato globale dove la rapidità decisionale pesa quanto le prestazioni tecniche, perdere la mano sulle licenze di esportazione rischia di diventare uno svantaggio competitivo destinato a durare.

Antoine Rives
Antoine Rives
Antoine couvre l'économie et la vie des entreprises. Résultats, investissements, emploi, Choose France : il remet les chiffres en perspective et distingue la communication du fait économique. Du CAC 40 à la PME, il cherche l'info derrière le communiqué.

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